domenica 17 agosto 2014

18 Lingue, religioni e nazioni in Europa


LINGUE, RELIGIONI E NAZIONI IN EUROPA

LE LINGUE:

Osserva la cartina:


Essa ti permette di capire con un colpo d’occhio che in Europa si parlano numerose lingue diverse. Ciò nonostante gli studiosi hanno accertato che moltissime di queste lingue europee hanno un’origine comune: un’antica lingua parlata nella Russia meridionale e da lì diffusasi in una vasta area da India a Europa, con variazioni più o meno accentuate: si sono formate così le cosiddette lingue indoeuropee, termine che avrai incontrato anche in Storia, a proposito dei popoli indoeuropei. I due concetti sono strettamente connessi, dato che sono proprio i popoli che parlano gli idiomi.

Alcune lingue europee sono differenti anche nella grafia alfabetica; a sinistra una scritta in caratteri greci all’aeroporto di Atene, a destra in cirillico all’aeroporto di Mosca

Nel corso dei millenni queste lingue si sono sempre più diversificate ed oggi gli studiosi le classificano in 3 gruppi principali, che hanno delle caratteristiche comuni nel lessico, nella grammatica e nella sintassi:
1-     il gruppo neolatino
2-     il gruppo germanico
3-     il gruppo slavo.
Le lingue del gruppo neolatino (l’italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese e il rumeno sono le più parlate) derivano dal latino, la lingua parlata dai Romani e che da essi  è stata diffusa in buona parte dell’Europa in seguito alla loro espansione e alla formazione dell’Impero Romano.
Le lingue germaniche sono quelle parlate dai discendenti degli antichi Germani, quei popoli che vivevano nell’Europa centro-settentrionale e che nel V secolo d.C. hanno invaso l’Impero Romano, decretandone la fine. Le lingue germaniche più importanti sono il tedesco, l’inglese, l’olandese, il danese, il norvegese, lo svedese e l’islandese.
Le lingue slave sono quelle parlate nell’Europa orientale (il russo, il polacco, l’ucraino, il ceco, lo slovacco, il bulgaro, il croato, il serbo e altre) e diffuse dagli antichi Slavi in questo ampio territorio.
Appartengono alla grande famiglia delle lingue indoeuropee anche il greco, l’albanese, le lingue baltiche e quelle celtiche: queste ultime erano un tempo più diffuse, mentre oggi sono parlate solo in Bretagna (nel nord-ovest della Francia) e in alcune isole britanniche, convivendo con il francese e l’inglese, che sono le lingue ufficiali di queste zone.
Non appartengono alla famiglia indoeuropea altre lingue parlate in Europa: il basco (parlato in una piccola area tra Spagna e Francia), le lingue ugro-finniche (parlate in Finlandia, Estonia e Russia), il magiaro (Ungheria), il turco e l’arabo maltese.

Un murales in lingua basca inneggiante al movimento separatista dell’ETA, 
gruppo terroristico responsabile della morte di più di 800 persone in circa 50 anni

Una lingua è una cosa viva, che cambia nel tempo e in continuazione: tu stesso avrai modo in breve (se non l’hai già fatto) di constatare la nascita di neologismi (parole nuove) o la scomparsa di espressioni una volta comuni. Ancor più il fenomeno è evidente nel corso dei secoli: in effetti i contatti tra popolazioni che parlano idiomi diversi contribuiscono ai cambiamenti linguistici, sia con l’introduzione di parole prese da un’altra lingua, sia con cambiamenti grammaticali più o meno profondi ed efficaci.
Per esempio, l’italiano è sicuramente una lingua neo-latina, poiché alla sua base c’è il latino, però è anche una lingua ricca di parole di origine germanica, araba, spagnola, inglese, francese, eccetera. Se consulti un dizionario alla ricerca dell’etimologia delle parole italiane, puoi verificarlo facilmente.
Ogni Paese ha una lingua ufficiale: è quella usata in tutti i documenti e atti dello stato, quella che si usa nelle occasioni pubbliche e spesso quella che viene insegnata nelle scuola.
Nella seguente tabella sono indicate le lingue ufficiali degli Stati europei:

Paesi
Lingua ufficiale
Paesi
Lingua ufficiale
Albania
Albanese (tosco)
Macedonia
Macedone
Andorra
Catalano
Malta
Inglese / Maltese
Austria
Tedesco
Moldavia
romeno
Belgio
Fiammingo / Francese
Monaco
Francese
Bielorussia
Bielorusso / Russo
Norvegia
Norvegese (bokmål e nynorsk)
Bosnia-Erzegovina
Bosniaco / Serbo-croato
Paesi Bassi
Olandese
Bulgaria
Bulgaro
Polonia
Polacco
Croazia
Croato
Portogallo
Portoghese
Danimarca
Danese
Regno Unito
Inglese
Estonia
Estone
Repubblica Ceca
Ceco
Finlandia
Finnico / Svedese
Romania
Rumeno
Francia
Francese
Russia
Russo
Germania
Tedesco
San Marino
Italiano
Grecia
Greco
Serbia
Serbo
Irlanda
Inglese / Gaelico
Slovacchia
Slovacco
Islanda
Islandese
Slovenia
Sloveno
Italia
Italiano
Spagna
Spagnolo (castigliano)
Lettonia
Lettone
Svezia
Svedese
Liechtenstein
Tedesco
Svizzera
Tedesco / Francese / Italiano / Ladino
Lituania
Lituano
Ucraina
Ucraino
Lussemburgo
Francese
Ungheria
Ungherese

Però, ogni Paese ha anche i propri dialetti, cioè quelle variazioni rispetto alla lingua ufficiale, che di solito sono diffuse su un territorio limitato e sono incomprensibili (o difficilmente comprensibili) in altre zone; in Italia, per esempio è difficile per un veneto comprendere un siciliano, o per un calabrese comprendere un friulano, se parlano in dialetto.
I dialetti sono usati prevalentemente nella comunicazione orale e in famiglia: per questo hanno un valore sentimentale molto forte, perché ci ricordano l’infanzia, il paese in cui siamo nati, certi stili di vita che magari, crescendo, abbiamo perduto. Questo succede spesso in Italia, dove non solo i dialetti sono ancora molto parlati, ma in certi casi hanno anche avuto una ricca tradizione letteraria; si pensi al milanese di Carlo Porta, al veneziano di Carlo Goldoni, al romanesco di Giuseppe Gioacchino Belli, al napoletano di Eduardo De Filippo (o si pensi all’altrettanto ricco patrimonio di canzoni dialettali, da quelle napoletane al genovese di Fabrizio De Andrè usato nell’album “Crêuza de mä”).

Scena da “Sior Todero brontolon”, una commedia di Carlo Goldoni in dialetto veneziano

Scena dal film “Napoli milionaria”, tratto da una commedia di Eduardo De Filippo 
in dialetto napoletano

Copertina dell’album di Fabrizio De Andrè “Crêuza de mä”, cantato interamente in genovese.
Se vuoi ascoltare una versione live della canzone che dà il titolo all’album, clicca sul link seguente:


I confini degli Stati europei non coincidono sempre con i confini linguistici: una lingua non è parlata solo all’interno di uno Stato, né all’interno di uno Stato si parla una sola lingua. Per esempio il tedesco viene parlato in Germania, in Austria, in Svizzera, in Francia, in Italia e anche in altre nazioni; nello stesso tempo in Germania, oltre al tedesco, sono usati anche il frisone (un’altra lingua germanica) e il sorabo (una lingua slava).
In questi casi succede che uno Stato abbia una sua lingua ufficiale, dominante – per così dire – su una o più lingue, che di solito sono parlate da una minoranza di persone, le quali formano appunto una minoranza linguistica. Alcuni Stati hanno delle apposite leggi a tutela delle minoranze linguistiche, altri no e impongono obbligatoriamente l’uso ovunque della lingua ufficiale.

Cartello pubblicitario bilingue (francese e fiammingo) per un Festival a Rexpoëde, un comune al confine tra Francia e Belgio
Segnaletica stradale bilingue (francese e bretone) in Bretagna


LE RELIGIONI:

In Europa la religione di gran lunga più praticata è il Cristianesimo, che si diffuse nelle regioni attorno al Mediterraneo nei primi secoli dopo Cristo e nell’Europa centro-settentrionale nel corso del Medioevo. Lo puoi vedere nella cartina seguente:


Alcuni avvenimenti storici successi nei secoli hanno provocato delle scissioni all’interno del Cristianesimo, per cui oggi ne fanno parte chiese diverse: quella cattolica, quella ortodossa, alcune Chiese protestanti e quella dei testimoni di Geova (nata nel 1878).
La Chiesa cattolica ha come unico capo il papa (o sommo pontefice), che comunque agisce con l’aiuto di cardinali e di vescovi. Fino al 1870 il papa aveva non solo il potere religioso su tutta la Chiesa cattolica, ma anche un potere temporale (cioè politico ed amministrativo) su una parte dell’Italia centrale, che si chiamava Stato della Chiesa. Le vicende storiche del Risorgimento italiano hanno ridotto il potere temporale del papa a un piccolo territorio, la Città del Vaticano, che è il più piccolo stato al mondo e si trova dentro la città di Roma.

Papa Francesco durante una cerimonia liturgica nella Basilica di San Pietro (Città del Vaticano)

La Chiesa ortodossa è nata nell’XI secolo in seguito allo Scisma d’Oriente del 1054, che ha portato le chiese dell’Europa orientale a staccarsi dalla Chiesa cattolica, poiché rifiutavano di riconoscere l’autorità del pontefice e consideravano se stesse come le sole chiese fedeli all’insegnamento cristiano (ortodosso significa proprio questo). Gli ortodossi non hanno un unico capo, ma i fedeli di ogni Stato formano di solito una chiesa sotto la guida di un patriarca.

Cerimonia liturgica ortodossa in una chiesa di Mosca

Le Chiese protestanti sono quelle nate in seguito alle proteste di Martin Lutero e alle riforme avviate da lui e da altri, come Giovanni Calvino (per questo vengono chiamate anche Chiese riformate); proteste e riforme nate dal rifiuto di riconoscere l’autorità del papa (su temi di natura politica, ma anche dottrinale) e che si sono diffuse a partire dal XVI secolo nell’Europa centro-settentrionale. I protestanti sono divisi in varie chiese:
- le Chiese evangeliche luterane (ispirate alla predicazione di Martin Lutero)
- le Chiese presbiteriane (ispirate a Calvino)
- la Chiesa anglicana (la chiesa nazionale d’Inghilterra, nata per volontà del re Enrico VIII negli anni 20 del XVI secolo e che ancora oggi ha come capo il sovrano del Regno Unito)
- la Chiesa metodista (fondata in Inghilterra nel XVIII secolo da John Wesley)
- la Chiesa valdese (nata nel XII secolo, quindi ben prima della Riforma protestante, ma che si è poi unita alle chiese riformate).
Le chiese protestanti non sono guidate da una figura paragonabile a quella del papa nel Cattolicesimo: le decisioni importanti sono prese nel sinodo, una riunione tra pastori e a volte credenti laici. I pastori sono le guide spirituali dei fedeli e, a differenza di quanto accade nella Chiesa cattolica, possono sposarsi e possono essere anche donne (un sinodo della Chiesa anglicana del luglio 2014 ha stabilito che le donne possono anche diventare vescovi).

Statua a Martin Lutero a Wittenberg (Germania)

Oltre al Cristianesimo in Europa sono presenti anche altre religioni, in particolare l’Ebraismo e l’Islamismo.
Gli Ebrei erano diffusi nell’area mediterranea già nell’Età Antica, ma il diffondersi del Cristianesimo provocò nei loro confronti numerose persecuzioni, per motivi non solo religiosi, ma anche economici e politici. Molte comunità ebraiche dovettero abbandonare alcune regioni o stati in cui vivevano e trasferirsi altrove, in Paesi tolleranti; ma a volte anche qui gli Ebrei erano costretti a vivere in quartieri delimitati – i ghetti – che potevano di notte anche essere chiusi, per cui chi ci viveva non era libero di muoversi. Il culmine delle persecuzioni contro gli Ebrei fu raggiunto dal governo nazista di Hitler, che ne ordinò lo sterminio, praticato nei campi di concentramento. Al termine della Seconda guerra mondiale molti sopravvissuti lasciarono l’Europa, per stabilirsi nel neonato Stato di Israele o negli U.S.A., perciò oggi gli Ebrei che vivono in Europa sono molti di meno rispetto al passato: in tutto il nostro continente sono meno di 3 milioni.

Ebrei ortodossi in una strada di Londra

La religione Islamica è diffusa soprattutto nella penisola Balcanica (in particolare in Bosnia-Erzegovina, in Albania e nella Turchia europea), in quanto essa fu a lungo sotto il dominio dei Turchi, che erano musulmani. Inoltre l’Islamismo è praticato dai numerosi lavoratori extracomunitari presenti un po’ ovunque in Europa; oggi in Europa sono più di 10 milioni.

Musulmani in preghiera nella moschea di Parigi

Ugualmente legate principalmente ai lavoratori extracomunitari presenti nel nostro continente sono il Buddhismo e l’Induismo, religioni con milioni di fedeli in Asia, minoritarie in Europa.
Va ricordato, infine, che in Europa ci sono anche gruppi di atei o di persone che, pur credendo in qualche divinità, non fanno parte di nessuna chiesa; questo avviene sia tra persone nate in Europa e che abbandonano in età adulta la religione che gli è stata impartita da bambini, sia tra immigrati non europei, che provengono da Paesi laici in cui non ci sia alcuna religione ufficiale, come la Cina.

Manifesto comparso a Pisa nel 2009 dell’associazione italiana UAAR 
(Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti)

LE NAZIONI:

Un gruppo di persone, che parlano la stessa lingua, praticano la stessa religione e si riconoscono in una storia e in una serie di tradizioni comuni, forma una nazione, ossia un insieme di individui uniti da un legame di cui sono consapevoli, che accettano e che cercano di difendere dal dominio di un’altra nazione.
Non sempre il concetto di Nazione coincide con quello di Stato, ossia quel territorio delimitato da confini precisi, all’interno dei quali vige una legge comune: infatti vi sono Stati in cui convivono Nazioni diverse (per esempio in Svizzera e in Belgio) e vi sono Nazioni divise tra più Stati (per esempio la Nazione tedesca si trova in Germania, in Austria, in Svizzera e altrove).
Ci sono anche Nazioni che non hanno un proprio Stato, come succede per i Baschi (che vivono tra Spagna e Francia) o per i Frisoni (che vivono nei Paesi Bassi).
Questo si spiega con i fatti storici delle singole Nazioni e dei singoli Stati, e in particolare con le guerre, al termine delle quali vengono stipulati trattati internazionali (per esempio per decidere i confini di uno Stato) che non tengono conto della volontà delle popolazioni.
Molte volte è successo che la conseguenza di questo modo di fare ha generato l’oppressione di una Nazione da parte di un’altra.
E l’oppressione ha sviluppato, in particolare nel XIX secolo, la trasformazione del concetto di Nazione in Nazionalismo, cioè un’idea politica tesa a rivendicare per la propria Nazione il diritto di costituirsi in Stato autonomo (com’è accaduto in Italia con le lotte per l’indipendenza risorgimentali). Spesso, però, il Nazionalismo si è caratterizzato come un’esaltazione della propria Nazione a danno delle altre, considerate inferiori; questa è la causa principale delle due guerre mondiali del XX secolo, ma anche di tante altre violenze che hanno insanguinato l’Europa negli ultimi decenni, con attentati terroristici (in Spagna da parte dei baschi, in Francia dei corsi) o guerre civili (nell’Irlanda del Nord tra cattolici e protestanti, nell’ex Jugoslavia tra serbi, bosniaci e croati).
Non sempre la presenza di più Nazioni all’interno di uno Stato provoca violenze e guerre: quasi sempre, però, tra gruppi diversi la tensione è molto forte, come in Belgio tra fiamminghi e valloni, o come in Svizzera, che pure è uno stato federale e le diverse comunità godono di una certa autonomia, dove però non sempre esse sono viste di buon occhio.
Inoltre negli ultimi anni in molti Stati europei sono nati alcuni partiti politici, che, puntando su una vera ma più spesso presunta paura di chi è diverso, hanno ottenuto vasti consensi popolari e contribuito ad alimentare la diffidenza, l’intolleranza o l’odio verso chi non è del gruppo etnico dominante.

Musulmani ed ebrei nelle strade di Londra: la pacifica convivenza tra popoli diversi viene spesso rese difficile dalle scelte politiche di alcuni Stati o di alcuni partiti.

Festa multietnica a Dovadola (in provincia di Forlì-Cesena): molte associazioni, spesso di volontariato, si danno da fare per l’integrazione di qualsiasi comunità nel territorio in cui vivono

mercoledì 16 luglio 2014

17 La popolazione europea



LA POPOLAZIONE EUROPEA

Con il termine popolazione si intende l’insieme delle persone che vivono in un luogo: un paese, una città, una regione, uno stato, un continente.
Lo studio della popolazione in un dato luogo si chiama demografia (dal greco demos = popolo e grafia = scrittura e quindi descrizione). La demografia si occupa non solo dello studio quantitativo della popolazione, verificando le variazioni nel numero delle persone che abitano un dato luogo e che è dovuto alle nascite e alle morti o agli spostamenti (emigrazioni o immigrazioni), ma anche dei caratteri che una popolazione ha in un determinato momento: la composizione per età, per provenienza, per lavoro svolto, per caratteristiche etniche o culturali.

    Gente di ogni tipo in una via di Londra

In questa lezione osserveremo la composizione e alcuni di questi caratteri, relativamente alla popolazione europea.

L’EVOLUZIONE DEMOGRAFICA IN EUROPA

Un primo dato interessante nello studio della popolazione europea è la sua evoluzione demografica. Osserva l’immagine seguente:


Il grafico ci dà alcune informazioni importanti:
-         la popolazione europea negli ultimi 2.000 anni si è generalmente incrementata (cioè è aumentata) secolo dopo secolo;
-         solo in due periodi c’è stato un decremento (cioè un calo): un primo momento tra il 400 e il 600 (cioè tra la fine dell’Età Antica e l’inizio del Medioevo), quando l’Europa venne invasa dai popoli germanici che fecero crollare l’Impero romano d’Occidente; un secondo momento nel XIV secolo, quando le pestilenze (in particolare quella del 1348) provocarono milioni di morti;
-         l’incremento demografico europeo è stato particolarmente evidente a partire dal 1800, a causa del miglioramento delle condizioni generali di vita (dovuto all’aumento della produzione agricola e allo sviluppo dell’industria) e per merito dei progressi medici, che provocarono un calo della mortalità infantile e riuscirono a curare molte malattie prima mortali.
Osserviamo alcuni dati demografici: l’Europa verso il 1750 aveva 140 milioni di abitanti; 100 anni dopo, nel 1850, ne aveva 270, 50 anni dopo, nel 1900, quasi 400; nel 2000 la popolazione europea era di più di 730 milioni di abitanti, con un incremento in un secolo dell’82%.
Questo incremento è decisamente notevole, però assume un altro significato se lo confrontiamo con l’incremento che si è registrato nello stesso periodo in tutto il mondo e che è stato del 300%.
Perché la popolazione europea nel XX secolo è cresciuta meno che nel resto del mondo?
La causa principale sta nel calo delle nascite, che è in atto da alcuni decenni; infatti attualmente l’Europa è a crescita zero, cioè il numero dei nuovi nati è pari o inferiore a quello dei morti. In molti paesi europei la lenta crescita della popolazione deriva più dall’innalzamento della durata media della vita che dal numero delle nascite; l’innalzamento della durata media della vita degli europei è determinato dai grandi progressi della medicina e dalle migliori qualità della vita (l’alimentazione è più variata e più equilibrata, l’attività sportiva si è diffusa, l’igiene personale e ambientale è migliorata, malgrado alcune forme di inquinamento siano estremamente pericolose).

Oggi la maggior parte delle famiglie hanno un solo figlio o due
Oggi i ragazzi e i giovani fanno molto più sport che in passato

LA DISTRIBUZIONE DELLA POPOLAZIONE IN EUROPA

Gli oltre 800 milioni di abitanti attuali dell’Europa (dati del 2011) vivono in un territorio di 10,5 milioni di km²: ciò determina una densità media della popolazione di 76 abitanti per km², che colloca per questo aspetto il nostro continente al secondo posto nel mondo, dopo l’Asia.

Naturalmente la distribuzione della popolazione europea sul territorio non è – come ovunque – uniforme. Infatti a determinare tale distribuzione concorrono diversi fattori:
-         le caratteristiche del territorio (infatti le pianure sono più popolate delle montagne, oppure le zone costiere lo sono più di quelle interne);


    Il paesino montano di Ernen (Svizzera)
La cittadina di campagna di Castelfranco Veneto (Italia)

-         le condizioni climatiche (infatti le zone dal clima mite sono preferite a quelle con climi estremi, molto freddi o molto caldi, o con scarsità di precipitazioni);

Alnö, nella Svezia centrale
 
Santorini, nell’arcipelago delle Cicladi in Grecia

-         lo sviluppo economico (infatti le persone si spostano facilmente dove le risorse agricole sono più abbondanti o dove lo sviluppo industriale offre lavoro);

Paesaggio industrializzato della Ruhr (Germania); le industrie attirano le persone, perché vi possono trovare lavoro
La Meseta spagnola: qui difficilmente le persone vengono per lavorare

-         le caratteristiche storiche (infatti la popolazione è maggiore nelle aree che hanno permesso da secoli, se non da millenni, l’insediamento umano – purché non siano cambiati nel tempo i 3 fattori precedenti).

Veduta aerea di Roma (Lazio): la sua storia millenaria ne fa ancora oggi una grande città
Luni (Liguria) è uno dei tanti casi di città prospere un tempo ed oggi ridotte a rovine storiche


Questi diversi fattori spiegano la distribuzione attuale della popolazione in Europa, che puoi osservare nell’immagine seguente.


Puoi notare che l’area più popolata è quella che va dalla Gran Bretagna all’Italia, passando per il Benelux (termine un po’ desueto con cui si indica la regione formata da Belgio, Olanda, Lussemburgo), la Francia nord-orientale, la Germania, la Polonia meridionale e la Boemia, una regione della Repubblica Ceca.
Ci sono altre zone densamente popolate (per esempio le coste della Penisola Iberica, o l’area lungo il Danubio), ma la cartina mostra chiaramente la diminuzione di popolazione nel Nord europeo (a causa delle temperature più basse), nell’area compresa tra Mar nero e Mar Caspio (per la forte aridità) e nell’arco alpino (per la presenza proprio delle Alpi).


L’ETÀ DELLE PERSONE

La popolazione di un Paese è formata da persone di tutte le età: neonati, bambini, ragazzi, adulti, anziani oltre i 65 anni.
Si chiama classe di età l’insieme di tutte le persone che sono nate nello stesso anno solare: ad esempio tutti gli adulti (maschi e femmine) nati nel 1980 appartengono alla stessa classe di età.
Si chiama generazione l’insieme delle persone che hanno un’età compresa in un certo intervallo di tempo, generalmente 25 anni, ma anche meno: è quell’intervallo di tempo che una persona impiega generalmente dal momento in cui nasce al momento in cui genera figli. In Europa questo intervallo è di circa 30 anni, mentre nei paesi più poveri si abbassa anche sotto i 20 anni, perché qui si generano figli a un’età inferiore. Normalmente una famiglia è composta da 3 generazioni: figli, genitori, nonni. L’innalzamento dell’età media delle persone fa sì che a volte una famiglia comprenda anche la generazione dei bisnonni.

        Neonati                                                                  Giovani
                           Adulti                                                                         Anziani

La categoria dei figli (o dei giovani) comprende in generale le persone dal momento della nascita al compimento dei 18 anni; comprende, cioè, i neonati, i bambini del primo ciclo di istruzione, gli adolescenti che adempiono agli obblighi scolastici e si preparano ad entrare nel mondo degli adulti (possono cioè per legge votare, guidare l’automobile, aprire un conto personale in banca, disporre di un’eredità, sposarsi senza chiedere il permesso ai genitori, ecc.).
Nei Paesi cosiddetti occidentali (ad esempio quelli che fanno parte del’Unione Europea) il numero dei giovani è in diminuzione, perché il tasso di fecondità (cioè il numero di bambini che una donna mette al mondo) è compreso fra 1 e 2. È la cosiddetta crescita zero, di cui abbiamo già parlato; essa sarebbe ancora più evidente, se non fosse per la presenza dei cittadini immigrati dal Terzo Mondo, il cui tasso di fecondità è superiore (in media più di 3 figli per donna).

    Bambini a scuola

La categoria degli adulti è la più numerosa, perché va dai 18 ai 65 anni. Comprende, pertanto, quei giovani che completano il ciclo degli studi dopo le scuole superiori, frequentando l’università, o che si formano professionalmente per svolgere un lavoro o che entrano direttamente nel mondo del lavoro, dopo aver completato gli studi obbligatori (qualcuno anche prima). Tutti coloro che iniziano un lavoro lo praticano fino ai 65 anni, quando inizia l’età della pensione (che però è variabile a seconda degli Stati o delle professioni svolte).
L’età adulta è quella in cui si è alla ricerca del partner, ci si riproduce e si forma una famiglia. Rispetto al passato le cose oggi sono un po’ cambiate; infatti, mentre un tempo ci si sposava molto giovani e all’interno della famiglia i ruoli erano piuttosto distinti (l’uomo lavorava e la donna rimaneva a casa ad accudire i figli), oggi ci si sposa ad un’età più avanzata o non ci si sposa affatto, e sia l’uomo sia la donna normalmente lavorano. Inoltre sono in aumento le convivenze tra persone che hanno scelto di non sancire la loro unione con un matrimonio: sono le cosiddette unioni civili – anche tra persone dello stesso sesso – che non tutti i Paesi regolano con leggi adeguate e paritarie rispetto a chi ha contratto un matrimonio legale.
Questo innalzamento dell’età in cui ci si sposa (diffuso in tutta l’Europa) è dovuto alle difficoltà che i giovani adulti d’oggi incontrano nel trovare lavoro e quindi nell’ottenere quell’indipendenza economica, che permette di fare progetti di vita, tra cui sposarsi e avere dei figli.

Un operaio lavora in una fabbrica della FIAT in Polonia

La categoria degli anziani (le persone oltre i 65 anni) è in aumento, perché oggi si vive più a lungo: l’età media di una donna è di 84,6 anni, di un uomo 79,8 [dati 2013]. Questo è dovuto al miglioramento delle condizioni di vita: le persone hanno un maggiore e migliore accesso al cibo, hanno più cura per l’igiene personale, possono contare sui continui progressi medici, che hanno debellato alcune malattie e ridotto la mortalità.
L’aumento della popolazione anziana sta creando una serie di problemi (ma anche di opportunità), che non tutti i Paesi europei sanno gestire adeguatamente. Gli anziani sono più soggetti all’indebolimento fisico ed hanno maggiori necessità di cure mediche. Spesso hanno bisogno di assistenza quotidiana e molti figli non riescono a dargliela, perciò si rivolgono a persone estranee alla famiglia (in Italia si fa largo ricorso a immigrati provenienti dall’Est europeo o dal Sud America)  oppure a istituti privati (le case di riposo). Gli anziani, inoltre, riscuotono una pensione e molti Stati si trovano in difficoltà nel corrisponderle a chi ne ha diritto e vedono perciò aumentare il loro debito pubblico.

Donne anziane in una casa di riposo

La statistica usa per descrivere le persone di un Paese un grafico particolare, chiamato piramide della popolazione (o piramide dell’età): esso distingue la popolazione in maschi e femmine, che vengono raggruppati di solito per intervalli di 5 anni. È chiamato piramide della popolazione, perché un tempo (ma ancora oggi nei paesi meno sviluppati economicamente) esso assumeva proprio una forma piramidale, in quanto a mano a mano che l’età delle persone aumenta, la percentuale sul totale della popolazione diminuisce; in pratica la popolazione era (o è) composta più da neonati-bambini-ragazzi che da adulti-anziani.
Lo puoi vedere osservando il grafico della popolazione italiana nel 1861 (l’anno in cui l’Italia venne unificata e si tenne il primo censimento della popolazione – un’indagine statistica che ancora si ripete ogni 10 anni):


Oggi nei Paesi europei più sviluppati il grafico della popolazione non assomiglia più a una piramide, ma piuttosto a una botte (puoi vederlo nel grafico successivo, relativo alla popolazione italiana nel 2011): ciò dipende dal fatto che il numero dei bambini è diminuito, mentre è aumentato quello degli adulti. È sempre una conseguenza del fatto che le nascite sono diminuite e la vita media si è allungata.


EMIGRAZIONE E IMMIGRAZIONE IN EUROPA

L’Europa è popolata da persone di ogni etnia, provenienti da ogni parte del mondo; d’altra parte in tutti i continenti vivono e lavorano europei. Negli ultimi 500 anni milioni di Europei hanno lasciato il nostro continente, per andare a stabilirsi prima in America, poi in Asia e Oceania, dove oggi vivono i loro discendenti.
A parte il fenomeno della colonizzazione europea nel resto del mondo (che merita un discorso ampio, di carattere eminentemente storico), l’emigrazione europea in tempi più recenti (tra la metà del secolo XIX e la metà del XX) ha avuto delle caratteristiche particolari.
In primo luogo molti europei emigrarono in America o in Oceania non come colonizzatori, ma come veri e propri migranti, che, provenendo da zone povere o in cui il lavoro scarseggiava, cercavano luoghi che offrissero migliori possibilità di vita. Il fenomeno interessò fortemente l’Italia, da cui – tra il 1881 e il 1981 – 26 milioni di persone partirono verso l’Argentina, il Brasile e gli Stati Uniti soprattutto, ma anche verso il Canada e l’Australia.

Una famiglia di emigranti a New York nel 1900

In secondo luogo l’Europa conobbe anche una migrazione interna, ossia molti europei si spostarono dai Paesi più poveri verso quelli più ricchi, in particolare Francia, Svizzera, Regno Unito, Belgio e Germania. In Italia, inoltre, si ebbe un forte flusso migratorio (a partire dalla fine dell’Ottocento) dalla campagna e dalla montagna verso la città e un flusso ancora più massiccio (negli anni ’50 e ’60 del Novecento) dalle regioni dell’Italia meridionale verso quelle settentrionali, in particolare verso il cosiddetto triangolo industriale (Torino – Milano – Genova), dove le industrie in piena espansione richiedevano manodopera.

Emigranti dell’Italia meridionale arrivano alla Stazione di Porta Nuova a Torino negli anni ‘60

Oggi l’Europa non è quasi più terra di emigranti; al contrario è diventata terra di immigrati, soprattutto dall’Africa e dall’Asia. In Germania, Svizzera, Francia e Regno Unito questo fenomeno è cominciato già negli anni ’50 e ’60 del XX secolo, mentre in Paesi come l’Italia è più recente e ancora non ben assimilato. In realtà negli ultimi anni problemi di incomprensione e di intolleranza tra immigrati e popolazione locale sono presenti in molti Stati europei. Se i lavoratori stranieri sono inoltre diversi per abitudini, mentalità, religione o “razza” dalla popolazione autoctona del paese in cui vivono, si creano – soprattutto nei periodi di crisi economica – fenomeni di xenofobia (cioè di odio estremo per tutto ciò che è straniero) e di razzismo (cioè di odio e violenza verso gli appartenenti ad un’altra “razza”), appoggiati in molti Stati da partiti politici che hanno programmi fortemente ostili nei confronti degli stranieri. Questi fenomeni rendono difficile il rapporto tra la comunità originaria del luogo e quella degli immigrati, che diventa di reciproca diffidenza e a volte di violenza; per non parlare dello sfruttamento a cui spesso gli immigrati sono soggetti, da quando partono dal loro paese e arrivano in Europa in condizioni disumane, spesso lasciandosi dietro centinaia di morti mentre cercano di attraversare il deserto africano o il Mar Mediterraneo, fino a quando, se riescono a trovare un lavoro, vengono sottopagati e non hanno tutti i diritti che spetterebbero a loro, come a qualsiasi cittadino europeo. La realizzazione, in questo modo, di una società multirazziale e multiculturale viene ostacolata e tuttavia essa si va diffondendo comunque in tutta l’Europa.

Un barcone di migranti africani nel Mar Mediterraneo

Raccolta di arance in Calabria (a sinistra) e di  pomodori in Francia